lunedì 11 aprile 2016

Let's talk about movies: RACE - IL COLORE DELLA VITTORIA

TITOLO ORIGINALE: Race
REGISTA: Stephen Hopkins
ANNO: 2016
CAST: Stephan James (Jesse Owens), Jason Sudeikis (Larry Snyder), Carice Van Houten (Leni Riefenstahl), Jeremy Irons (Avery Brundage), David Kross (Carl "Luz" Long), Barnaby Metschurat (Joseph Goebbels)
"In those ten second, there's no black or white, only fast or slow."

La storia del velocista Jesse Owens è nota a tutti. È una di quelle occasioni in cui storia e sport si legano in modo fortissimo, dove le capacità atletiche travalicano i propri confini fatti di record, minuti, metri e medaglie per parlare d’altro, per denunciare qualcosa, per aprirci gli occhi e dimostrare che ciò che è moralmente giusto non sempre si piega alla follia di chi vorrebbe costruire un mondo plasmato secondo logiche che di logico con hanno proprio nulla. Si, perché il giovane Jesse, nato in Alabama in una famiglia poverissima, partito dal nulla con solo un paio di scarpette e la voglia inestinguibile di correre, correre e solamente correre, più veloce di tutti, è anche quell’uomo straordinario che in tempi altrettanto straordinari si è presentato alle Olimpiadi del ’36, tenutesi in una Germania ormai sotto il controllo nazista, ed è riuscito grazie alle sue prestazioni sportive fuori dall'ordinario a infliggere a Hitler uno smacco non da poco, vincendo proprio sotto il naso del führer ben quattro ori olimpici, non male eh?
Di questa storia fantastica che intreccia sport, storia e conflitti sociali ci racconta Race, film di Stephen Hopkins, che con l’ausilio di una fotografia che ingiallendo i toni ricorda molto da vicino le immagini delle vecchie cineprese e l’utilizzo di una tecnica di ripresa che sembra accelerare e decelerare seguendo gli scarti di un velocista, ci trasporta direttamente al momento prima che Jesse diventi James Owens (Stephan James), il quattro volte campione alle Olimpiadi.
Non si indugia sui primi anni di Jesse, i problemi economici e le difficoltà affrontate da lui e la sua famiglia ci vengono presentate attraverso piccoli ma significativi momenti: delle buste con pochi dollari lasciati al padre e alla fidanzata poco prima di partire per l’università, la giacca cucita con tanto amore dalla madre che non nasconde l’orgoglio che prova per il figlio, un padre di poche parole che oscilla sempre tra fierezza e vergogna per essere sì riuscito a mantenere una famiglia sebbene trovare un lavoro stabile e ben retribuito sia sempre un problema, il tutto sullo sfondo di un’America che affronta il grande tema delle discriminazioni razziali, tema che ci accompagna, com'è doveroso, durante tutto l’arco del film. Ma Jesse corre e approda all’Università Statale dell’Ohio dove i suoi tempi da record convincono Larry Snyder, interpretato in modo dosato e convincente da Jason Sudeikis, allenatore con un passato da promettente corridore, a dare una chance al ragazzo. I cronometri non mentono, Jesse è un velocista nato e anche con il salto in lungo non se la cava male, per usare un eufemismo, nelle competizioni nazionali distrugge ogni avversario e la sua partecipazione ai Giochi sembra del tutto scontata. 
Ma il film tiene a raccontarci non soltanto i successi sportivi ma a farci capire perché la storia di Mr. Owens valga la pena di essere fermata su pellicola, se da una parte la vita familiare si insinua tra le pieghe dei successi sportivi, Jesse infatti ha lasciato a casa una fidanzata e una figlia piccola e non saranno poche le difficoltà che dovranno affrontare, tra soldi che mancano sempre e una scappatella di Jesse, altrettanto fondamentale risulta seguire il processo che ha portato l’America a partecipare ai giochi del ’36. La partecipazione infatti non era così scontata, in Germania il Nazismo aveva già iniziato a mostrare tutta la sua violenza e i rastrellamenti degli ebrei erano già iniziati, il comitato olimpico americano non sa che pesci pigliare: partecipare o boicottare? Alla storia di Jesse si lega con maestria quello che poi risulta essere il tema portante dell’intero film, un dualismo assurdo eppure palpabile, reale, che viene affrontato, portato a galla e mai negato: infatti se era sacrosanto condannare i barbari comportamenti dei nazisti nei confronti degli ebrei (ma non solo!) come era possibile vivere in un paese che considerava altrettanto giusta la segregazione razziale? I tedeschi consideravano inferiori gli ebrei, in America un nero non poteva nemmeno entrare dalla porta principale di un ristorante, poco importa, come accadrà in seguito a Jesse, che la festa che si tiene al suo interno sia dedicata ad un uomo che ha fatto sventolare alta la bandiera a stelle e strisce proprio sul suolo di una nazione che di lì a una manciata di anni diverrà un terribile avversario nei fangosi campi di battaglia. 
Non partecipare sembra essere la decisione migliore, lo vuole il comitato e lo vorrebbero pure coloro che lottano per vedere riconosciuti i propri diritti a prescindere dal colore della pelle, ma è qui che il film fa centro, portandoci le ragioni giuste del boicottaggio, ma mostrandoci anche come partecipare, come ci insegna il celebre motto di De Coubertin, ma soprattutto mostrarsi e lottare a volte possa essere un messaggio ancora più potente, così la pensa Jesse seppur con qualche tentennamento e così la pensa soprattutto Avery Brundage (Jeremy Irons) che caparbiamente non solo ottiene la partecipazione degli USA all’Olimpiade ma trova anche il tempo, e qui le scene più divertenti ma anche più spaventose del film, per dettare le proprie condizioni niente meno che a Goebbels, il terrificante gerarca nazista, interpretato da un altrettanto glaciale e perfetto Barnaby Metschurat, che vedeva nei Giochi l’occasione per mostrare al mondo la potenza insuperabile del Terzo Reich. Gli alti principi morali di Brundage non lo fermeranno però dal mettersi in affari con i nazisti stessi ma questa è un’altra storia, anche se il film non lo nasconde e non si esime dal sottolinearlo.
Race come già detto non vuole essere mero resoconto sportivo o una narrazione delle contraddizioni che imperversano in America e in Europa, è anche un racconto che si basa soprattutto sulla verità, sebbene sia regola non scritta della cinematografia che ogni buona storia vera debba comunque essere un tantino romanzata come esclama Leni Riefenstahl (Carice Van Houten), la celeberrima regista del documentario dedicato proprio alle Olimpiadi del ’36, ad un inviperito Goebbels dopo l’ennesima vittoria di Jesse Owens, la verità balza sempre fuori, è inutile oscurare le telecamere e rifiutarsi di stringere la mano all’uomo di colore che ha mandato all’aria qualsiasi tesi sulla supremazia della razza ariana. Emblematica la scena in cui Leni chiederà a Jesse di ripetere a favore di telecamere lo strepitoso salto che gli è valso la medaglia, il ragazzo è perplesso, tutto gli sembra falso, ma è il falso di una storia vera, di un qualcosa che è accaduto e che merita, seppur con qualche aiutino, di venir immortalato e consegnato ai posteri. Le immagini e le imprese sportive possono aiutare a ricordarci gli eventi storici anche meglio di qualunque manuale scolastico perché spesso ci restituiscono momenti di rottura, spiragli in cui avvertire la stortura che è in atto, per riportarci in carreggiata, in un’Europa sull’orlo della guerra la verità sta tutta sulla pista dove si sfidano gli atleti, sui cronometri e i numeri che misurano le distanze saltate, non lo capiscono lassù sul palco dove Hitler osserva silente e furioso ma lo capisce Carl “Luz” Long (David Kross), il campione tedesco che accetta la sconfitta e stringe la mano a Owens, seppur pagando successivamente un prezzo altissimo per quel momento di umanità sconcertante.
Si parla spesso della necessità di continuare a produrre biopic, dello scarto che sembrano produrre tra ciò che è stato e la patinata ricostruzione che questi film ci offrono, ma credo che valga la pena mantenere vive storie come quelle di Jesse Owens se sono capaci di parlarci ancora oggi quando ci si ostina a commettere sempre gli stessi sciocchi errori, a dividere tra migliori e peggiori basandoci su parametri che non possono essere oggettivamente misurati, spazzando via ogni principio morale per sostituirlo con il pregiudizio. 
Il film si chiude con delle immagini icastiche, Jesse Owens viene accolto in patria come eroe, ma finita la festa e l’euforia rimane l’incongruenza, ancora una volta, mai urlata eppure insistente, nemmeno quattro medaglie d’oro sembrano rendere più “normale” quella pelle scura agli occhi dei bigotti ma dopotutto anche dall’altra parte dell’Oceano sembrano non aver imparato la lezione come testimonia la successiva invasione della Polonia da parte della Germania e il caos del secondo conflitto mondiale.
Il vero Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936
Eppure in tutto questo mantenere sempre in primo piano la questione fondamentale, ovvero che non esistono differenze di alcun genere tra gli uomini, Race riesce a cancellare per due ore dal vocabolario inglese il significato di “razza” per lasciare invece la sola cosa che conta la “corsa” e l’uomo che si misura con i propri limiti, che li sfida e che li batte mentre contemporaneamente vanifica ogni barbara idea di suprematismo di una razza, se poi le razze esistono, su un’altra.

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